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Scritto da Gloria Giovanetti Categoria: Cultura Spettacoli Locali
Pubblicato 14 Giugno 2018
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Presso Arnaout Spazio Arte, l'elegante spazio espositivo sito in Viale Abruzzi 90, a ridosso del centralissimo Corso Buenos Aires e delle vie del centro di Milano, dal 18 al 28 giugno si potrà conoscere o riscoprire l'arte di Luca Puglia.

Intanto Claudia Placanica ce la fa conoscere così:

L’artista, per diventare utile, deve uscire da sé stesso e ritornare alla vita primigenia, a quel milieu da cui ha voluto prendere le distanze. Deve incoraggiare la disperazione nell’impatto immediato della sua opera, ma deve riuscire a lenirla con la decifrazione dei segni esplosi nell’opera.

Luca Puglia lavorava sul figurativo, ma poi si è dirottato su quella forma evolutasi nell’attuale astrattismo. Il figurativo, paradossalmente incapace di rappresentare la complessità del reale, viene archiviato. L’istanza di comunicare le proprie visioni trova una grammatica fatta di un flusso apparentemente caotico, ma, in effetti, ordinato e compatto. L’onnipotenza cromatica diventa semantica delle emozioni: Puglia non descrive sé stesso, ma elabora elettrocardiogrammi espressivi che appartengono a tutti. Nell’ambito del colore, un ruolo fondamentale è svolto dal colore blu cui Puglia affida lo squartamento dello spazio. Nasce un blu attrezzato di una qualità e una potenza uniche: il blu Puglia. Per convenzione, nelle tavole anatomiche e in medicina, il blu rinvia alle vene, cioè a quelle vie che conducono il sangue verso il cuore. Infatti Puglia, sulle sue tele, spesso usa anche il proprio sangue. Le tele, talvolta sul cavalletto, ma,sempre più spesso poggiate su un banco, rendono evidenti i gesti eseguiti con una spatola viva, una spatola eretica che fa scempio di cromie rassicuranti, in maniera tale da detabuizzare e dissacrare la norma estetica.

Il processo di sviluppo delle opere di Puglia non è guidato dalla volontà di trascendere, ma, semmai, dall’attenzione costante al principio dell’immanenza. La stessa biografia dell’artista è una testimonianza in tal senso. Le sue forme di insofferenza verso il sistema, i suoi atti di denuncia contro il mercato di cui, tuttavia, l’artista ha bisogno assurgendo nell’area pubblica, vengono proiettati in uno scenario di immanenza evocato dal sangue e dalla spatola, ovvero dagli utensili e dalle materie, da quel corredo costantemente a fianco all’artista e al suo interno. Una testimonianza di sofferenza, perché, come dice Emil Cioran: “Chi non ha sofferto non è un essere: tutt’al più un individuo”. Puglia si è espresso pubblicamente contro il sistema-gallerie, ha fatto uno sciopero della fame mettendo a repentaglio la propria salute per portare alla ribalta le dinamiche cui è sottoposto un artista italiano che voglia vivere della sua opera. Puglia non fa mistero delle sue opinioni politiche che dichiara apertamente così come non ha problemi a dichiararsi gay, onestà che ha pagato con un pestaggio subito tempo fa. Questo vissuto dimostra come l’opera, al di là della disponibilità alla polisemia cui si prestano i segni tracciati sulla superficie, interpretabili come simbolici così come esoterici, sia ben piantata sulla terra. Questa terra che, qualsiasi vero artista vorrebbe contribuire a migliorare o, i cui difetti, vorrebbe comunicare con l’atto artistico.  I segni di Puglia sono portatori di un significato che il fruitore deve decifrare scevro da pastoie prestabilite e scontate. Attribuire ieraticità ai segni porta a una contaminazione con un discorso suggestivo e accessibile, ma poco aderente alla qualità etica, estetica, culturale e politica delle opere di Puglia. Diceva Pablo Picasso: “L'artista è anche un essere politico, sempre in allarme di fronte agli avvenimenti del mondo, strazianti, ardenti o dolci che siano, e su di essi configura interamente sé stesso. Come è possibile disinteressarsi degli altri? E in grazia di quale eburnea indifferenza dovrebbe essere possibile appartarsi da una vita che gli altri apportano a noi in tanta abbondanza?”

L’accessibilità delle creazioni artistiche, di consueto, si lega a quei prodotti pop o che il fruitore riesce a decifrare secondo schemi convenzionali. Buona parte della produzione di Dalì era funzionale a questa accezione, motivo che gli valse l’estromissione dai surrealisti. L’arte allora, rinuncia, alla rappresentazione del declino dell’umanità e, nel caso di Dalì, bisogna riflettere sul fatto che ciò accadeva in quegli stessi anni in cui altri artisti pagavano personalmente il fatto di essere ebrei, comunisti o artisti anti-sistema.Puglia, il pittore ontologico, maestro del colore, è soprattutto un artista disposto a rinunciare a sé stesso; la sua opera è testimone di quel percorso tipico della storia dell’arte “come storia delle rivolte contro la norma (le norme) dominante” (JanMukařovský).Ciascuna opera esamina la percezione della realtà, enfatizza alcuni elementi facendosi equalizzatore della condizione umana; le potenti spatolate si fanno tridimensionali e l’accumulo del colore diluisce le lacrime per la solitudine dell’individuo e del mondo, per l’inquietudine, per il sentimento di inadeguatezza, per la fine della condivisione, per il crollo dell’eroismo e della solidarietà. Il fruitore subisce uno scuotimento per questa decomposizione della civiltà occidentale; l’incanto estetico da cui resta investito lo sguardo si traduce in un’esperienza interiore profonda che porta a contatto con la falsità costruita nei secoli. L’interpretazione, la Weltanschauung è soggettiva in una dimensione postfauvista, nel senso di volontà di espressione affidata all’uso del colore. Tuttavia la lettura dell’astrattismo come puro stato individuale dell’artista appare superato. Basti pensare a Turner e a Van Gogh per comprendere come, già prima dell’affermarsi di questa avanguardia artistica, preesistesse un’istanza avversa alla mera riproduzione della realtà in senso figurativo come unico valore artistico. L’astrattismo ha dato forma a un sentire personale che è, tuttavia, una testimonianza del reale. Ecco, dunque, una dialettica della contraddizione, del paradosso: l’artista astratto rifugge dalla rappresentazione della realtà, eppure la sua opera è più realistica di quella dell’artista figurativo che, in quest’epoca, rischia di limitarsi a un puro esercizio decorativo.

I Codici di Puglia, costringendo il fruitore a un’attitudine attiva, veicolano confessioni e invettive che rompono l’illusione realistica e irrompono sulla scena come portatori di significati non consolatori. L’artista, attraverso procedimenti e tecniche, incoraggia l’autoriflessione su sé stessi, crucifigge la vocazione narrativa dell’arte, favorendo un cortocircuito dell’utopia empatica tra creatore e fruitore. Il ripetersi delle forme, dei segni, la saturazione del colore creano un set più vero del reale.