DA BOMPIANI PER NARRATORI STRANIERI: FAKE ACCOUNTS DI LAUREN OYLER

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Traduzione di Marta Barone

Una giovane donna scopre per caso l’identità social del suo fidanzato, un celebre complottista anonimo. Che fare? Affrontarlo o andar via? Ma ci sarà ancora un posto nel mondo dove ciò che siamo nella vita vera assomiglia almeno un po’ a ciò che vogliamo essere sui social media?

Alla vigilia dell’insediamento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, una giovane donna guarda di nascosto il telefonino del suo fidanzato e scopre che è un complottista anonimo molto famoso nella Rete. Questo forse spiega in parte il suo distacco e la sua elusività, ed è un’ottima ragione (oltre a Trump) per andar via e tornare a vivere a Berlino, dove si sono conosciuti. Qui la narratrice si immerge in un mondo di expat come lei, una sorta di gabbia non più molto dorata in cui persone di tutto il mondo dotate di identità evanescenti si guardano bene dal mettere radici vere, dall’imparare il tedesco, dal costruire una vita stabile, tutti sospesi in una sorta di acquario, in attesa di non meglio precisate certezze. Chiaro che di persone così non ci si può fidare, come del suo ex fidanzato. Ma noi possiamo fidarci di lei, di quello che ci racconta dal suo punto di vista, del suo mondo fatto di verità modellate sulle bugie che corrono online? Un ritratto lucido, pieno di spirito e sarcasmo, del nostro oggi, in bilico tra la realtà e il racconto che ne facciamo, i fatti e la loro messa in scena, accuratamente orchestrata perché appaia interessante e attraente a chi la guarda dallo schermo di un computer o di un telefonino.

LAUREN OYLER

È nata e cresciuta in West Virginia. Vive tra New York e Berlino e scrive per il New Yorker, la London Review of Books, il New York Times Magazine, Harper’s Magazine, Bookforum e altre riviste. Fake Accounts è il suo primo romanzo.

Dormiva quasi sempre con il cellulare sotto il cuscino. All’inizio avevo pensato che fosse solo un suo gesto arbitrario, o che fosse collegato a qualche preoccupazione su eventuali emergenze notturne, o alla passata assenza di un comodino, ma quando iniziò a comportarsi in modo diverso – non strano, ma diverso – ebbi la certezza che lo faceva perché aveva paura che io leggessi le sue mail e i suoi messaggi. Il fatto che il suo comportamento con il cellulare fosse precedente alla sua trasformazione da tizio divertente ma un po’ riservato in tizio leggermente meno divertente e un po’ più riservato non aveva importanza: qualunque fosse il motivo, era bizzarro dormire con il cellulare sotto il cuscino, e non ci avevo fatto caso fino a quando il sottile cambiamento nei suoi modi mi portò a considerare tutto quello che faceva sotto una nuova luce.

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